“Il sistema Lorenz utilizza elettrodi posti sulla cute, che trasmettono segnali elettronici.

Questi segnali si propagano attraverso le terminazioni nervose afferenti simpatiche che trasferiscono informazioni sensoriali e propriocettive dalla periferia ai centri nervosi. I segnali, caratterizzati da particolare frequenza, intensità e voltaggio, raggiungono i fusi muscolari, svolgendo un’azione locale (decontratturante sui muscoli, vasodilatatrice ed anti infiammatoria); lo stimolo raggiunge il sistema nervoso centrale dove viene rinviato al tessuto nervoso periferico.

Il segnale periferico sembra capace di modulare l’attività dei neuroni centrali, dando origine ad un “riassetto funzionale” e ad una integrazione neurovegetativa”.

(Dal Convegno “Riabilitazione e Traumatologia dello Sport. II° Incontro interdisciplinare. Le nuove terapie: Lorenz – Elettrocompex – Ipertermia. Obiettivi ed esperienze” presso Istituto Prosperius Tiberino (Umbertide – PG), 20-21 ottobre 2000.)

Secondo la più recente definizione dell’O. M. S. il dolore è una sgradevole esperienza sensoriale legata alla presenza di un danno tissutale presente o potenziale.
Tale definizione rivoluziona il precedente concetto di dolore che per lo più veniva considerato come sintomo (più o meno come la febbre) e usato dalla classe medica come guida nella definizione della diagnosi di patologia in atto.
Quello che è cambiato sostanzialmente è che il dolore non è più considerato sintomo ma come vera e propria malattia esso stesso in grado a volte di auto mantenersi anche in assenza di patologia in atto.

Queste affermazioni, concettualmente semplici, sono il frutto di lunghi e complicati studi sui meccanismi di produzione e mantenimento del dolore, solitamente correlati all’attivazione e alla propagazione del processo infiammatorio da parte di numerosi mediatori chimici dell’infiammazione, che propagano lo stimolo doloroso lungo le vie nervose fino alla parte cosciente del cervello. Tutto ciò innesca a livello del sistema nervoso centrale, con direzione verso la periferia, una serie di meccanismi e di “blocchi” volti ad eliminare, o quantomeno a ridurre, gli effetti negativi del dolore.
La farmacologia agisce sui vari punti descritti e con meccanismi diversi ma tutti volti o a dominare la reazione infiammatoria o a potenziare i dispositivi di controllo del dolore (valga per tutte l’ azione delle endorfine).
La elettroterapia a Biofeedback secondo il metodo Lorenz interviene là dove lo stimolo doloroso viene a formarsi ed inibendolo ne impedisce la propagazione; gli effetti biochimici più studiati sono quelli che coinvolgono il VEGF (fattore di crescita dell’endotelio vascolare) che viene attivato, dalla stimolazione da parte di treni di impulsi inviati dalla apparecchiatura, a livello delle pareti dei piccoli vasi.
L’aumento di tale sostanza (VEGF) induce una immediata permeabilità vascolare e una vasodilatazione a carico del microcircolo, il che si traduce in una rimozione efficace dei fattori biochimici dell’infiammazione e quindi nell’abolizione alla radice dello stimolo doloroso.

Se ci si limitasse a ciò il risultato sarebbe solo momentaneo, ma il dato importante è che l’azione ritardata del VEGF si traduce nella formazione di nuovi piccoli vasi sanguigni là dove ce ne sia l’esigenza, e quindi ai distretti in difficoltà viene garantito un elevato apporto di sangue che consente di neutralizzare e “di lavare” i mediatori chimici dell’infiammazione, che altrimenti tornerebbero ad innescare l’infiammazione e a scatenare il dolore.
Non è dato sapere se anche altre metodiche fisioterapiche abbiano un meccanismo simile, dato che in tal senso non sono stati fatti studi, ma è certo che per le altre metodiche la penetrazione degli stimoli nell’organismo è limitata e non supera l’ordine di qualche centimetro.
Al contrario i treni d’impulsi a partenza dalla nostra apparecchiatura sono in grado di penetrare e di esplicare la loro azione in qualsiasi distretto dell’organismo, anche quelli apparentemente inaccessibili come lo speco – vertebrale, fino a raggiungere le radici e il midollo spinale protetti da un formidabile “astuccio” osseo, come pure è in grado di raggiungere i tessuti cerebrali attraversando perciò la scatola cranica.

Molti altri sono gli studi soprattutto neurofisiologici in corso dato che il meccanismo d’azione sopra descritto non è sufficiente a spiegare il successo terapeutico della metodica ma non vi sono ancora studi conclusivi.
In particolare l’esperienza ultraventennale che abbiamo accumulato ci consente di poter affermare che la metodica risulta essere efficace e con benefici duraturi in svariate patologie mediamente nel 90% dei casi.

Le patologie che più comunemente ci troviamo a trattare sono di pertinenza ortopedica, reumatologica, vascolare e il settore riabilitativo dopo insulti vascolari cerebrali (dalle paralisi cerebrali infantili, agli ictus e ai traumi cerebrali).

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